CASCINA LA GHIAIA

Il luogo, la vita, la scuola popolare

Il furgoncino si perde nelle langhe piemontesi. Lasciamo l’ultimo paese segnato sulla carta, Berzano S.Pietro, e ci inoltriamo seguendo l’indicazione “Cascina la Ghiaia – Agriturismo Bella Ciao”. Pioviccica e la strada diventa un sentiero. Ancora 3 km e ci siamo. Un largo spiazzo di ghiaia, un edificio costruito fresco fresco, un centinaio di faraone che ci attraversano la strada – qualcuna si ferma altezzosa a scrutarci. E dietro l’anima della cascina : la casa di Lina Ferrero, o meglio Lina in persona, donna, 71 anni, treccia bianca lunga che finisce grigia e sottile con intorno una vecchia e operosa casa di campagna. Tutto gira intorno a lei e al suo luogo, una cucina con un grande tavolo al centro illuminato da poca luce e di tanti oggetti da lavoro. Stracci pentoloni frullatore tinozze libri piatti penne carta. E intorno a questo mondo da contadini con libri di cui Lina è regina gironzola Fabrizio, omone in tuta blu da operaio e occhiali spessi dietro ai quali ci guarda cupo – cupo non è solo quando fissa la mia lieve scollatura. Vicino a me il secchio dell’acqua usata da dare alle piante, secchietto di cibo avanzato da dare agli animali e acqua sorgiva delle langhe da bere.

L’aria è intrisa di un miscuglio di odori che ne formano uno a me estraneo. Eppure la pelle di Lina m’è subito familiare, la sera mi innamoro delle sue espressioni giovani, determinate, chiare. Delle sue chiare rughe segnate e insieme levigate dalla passione. Il volto di Lina è un volto bellissimo, lo guarderei per ore per essere anche io di quella bellezza. I suoi atti tre e semplici : ci porta da Anna, dieci passi più in là sotto la scala, giovane donna con treccia, stesa tutta storta in un letto nuovo d’ospedale con sbarre d’acciaio per non cadere giù, piccole mani curate tremanti che tengono un fazzoletto e qualche suono che esce dalla bocca. Ogni tanto ci guarda Anna, gira la testa verso di noi non so se a fatica o no ; non quando fa pipì o si strozza con lo yogurt, ma quando le accarezzo la treccia e quando, il giorno dopo appena prima di partire, le dico che lei è al centro di quel Mondocucina, veglia e si prende cura di tutti i presenti, i passanti, di tutti i figli, gli stranieri, le mogli dei figli e i figli dei figli ecc. Ha gli occhi celesti e capelli lunghi castani Anna, ci metto un giorno per accorgermene, all’inizio m’ero solo accorta del suo tremore e delle bozze che le crescevano poco discrete su tutto il corpo, senza chiederle il permesso. Lina l’abbraccia la culla la bacia nello stesso momento in cui ce la presenta. Le dorme affianco ogni notte dentro a questa Cucinacamera. Fabrizio porta e toglie la brandina tutte le notti e tutte le mattine. Non un divano letto clic-clic, ma una brandina che si piega in due, anzi due brandine fatte così perché anche Fabrizio dorme lì affianco al tavolo perpendicolare ai due letti.

Secondo atto semplice : Lina ci spedisce a riposare in Agriturismo, è tutto aperto e non c’è bisogno di chiavi, prendiamo la stanza n.4 e sprofondiamo nel letto, cosa in quel momento voglio più al mondo. Più del Mondocucina della cascina, più degli occhi puntati di Fabrizio, più del vai e vieni di chi gira intorno a Lina. Dormo, in un istante passa il mal di testa carico di odori non miei e sale la voglia di tornare nella Cucinamondo senza saper bene che fare – sì alle otto più o meno si mangerà ma non ho fame – come stare, perché infondo arrivare e stare in un luogo così pieno. Senza la luce che dà nome e il solito ordine alle cose, senza una briciola di vuoto dentro cui sparire per un po’, senza neanche il silenzio di una campagna da paesaggio, e da cartolina insomma, che è l’unica campagna che conosco. Terzo atto semplice : Lina scioglie le mani a Gianwalter, occhi chiari me ne accorgo subito e una gamba molto più piccola dell’altra così che per camminare rotea un po’, dolcemente. Gianwalter è il timido custode di Anna che custodisce il mondo, passa ore a guardarla, gira e l’accarezza, è la sua farfalla.

Chi è Lina

Treccia lunga, donna, 71 anni dicevo, carne chiara e rughe dolci, una presenza ben solida. Lina di sera ci racconta di sé, di dove è nata e del rifiuto categorico di essere ammirata. Ci racconta di come si diviene ciò che si è grazie a quegli incontri cruciali a cui capita di partecipare e si capisce poi che questo capitare non ha niente di casuale, vuole tutta una ricerca personale e ha un verso che lo orienta. Lina porta al pascolo il bestiame da bambina e non ci sono i soldi per studiare. Lei ha un sogno però (la parola-fatto “sogno” è di casa in bocca di Lina), quello di studiare e capire e muoversi e cambiare.

Cambiare l’ignoranza, la stasi senza speranza, la rassegnazione, la miseria. Prende a prestito i quaderni delle amiche che vivono in collegio e li copia nel fine settimana. Studia, studia e lavora, sempre. Incontra Carretto e quell’azione cattolica che noi ora facciamo presto a ficcare schifati nei maneggi storici della Dc. Parte, evangelista certa di non aver da evangelizzare niente e nessuno, piuttosto di conoscere, ragionare, fare : a Genova nei bassi con le prostitute, in Calabria a censire bambini mai registrati da donne analfabete con i mariti emigrati a Nord.

Ma dov’è il Nord ? Quale Nord ? Quale vita fa tuo marito ora ? Le donne studiano insieme italiano e geografia, leggono i giornali, ascoltano non solo le illusioni e le falsità di quel Nord in cui si va per diventare ricchi e degni di rispetto – ascoltano anche le tragedie dello sfruttamento, del razzismo, dei morti asfissiati e bruciati nelle miniere del Belgio. E iniziano a capire un disegno politico più grande della loro miseria, capiscono che la loro miseria è solo un tassello di questo disegno su cui prende forma pian piano, negli anni, la nostra Comunità Europea. Merce scambi profitto e forza lavoro da prendere dove più conviene, la globalizzazione ha solo allargato le maniche attingendo allo stesso discorso.

Lina viaggia e arriva in Argentina, profondo sud, dalle popolazioni indigene. Cinque anni che vogliono diventare una vita, ma la dittatura militare la rispedisce in Italia per non turbare i buoni rapporti con la Chiesa cattolica, la imbarca dentro un aereo in seguito a ripetuti interrogatori e arresti per la scuola che teneva insieme ai compagni argentini, trentamila giovani militanti desaparecidos, imbarcati anche loro ma una volta per tutte dentro altri aerei.

Terribile tornare in una casa che è stata tua ma non senti più tua. A trentacinque anni in un’Italia sonnolenta avvolta nel delirio di una nuova ricchezza con un gesto bizzarro e fuori spartito Lina si sposa con un suo vecchio compagno di scuola, in quel tempo sindaco socialista di un piccolo paese, ma lo avverte di quello che lui sceglie scegliendo lei : una donna che spinge e va avanti, una casa piena di gente ‘difficile’ : esclusi, poveri, disagiati fisici e psichici – i resti degli altri, in breve. I resti che pure restano e vivono e parlano e studiano e si laureano anche, che come Lina e con lei credono nel loro sogno e vivono per attuarlo. Soggetti testimoni di una storia segreta incisa con cura e attenzione in qualche angolo di questo mondo.

Incontriamo Lina che ha appena cucinato per un gruppo di 40 persone in Agriturismo, mentre invita Fabrizio a portare da mangiare ai maiali e fa la voce da fatina ad Anna, che prega il figlio di sintonizzare di nuovo la TV sul canale di informazioni latino-americano per sapere come va a finire la vita di Fidel, corregge tesi di laurea e s’incazza per le bombe sul Libano. Che ha un compito e un’urgenza : attuare una pedagogia aderente al reale, inventare e dire e non ripetere libri vecchi e vecchie teorie che neanche i presunti fondatori volevano trasformare in dottrina. L’urgenza è quella di provare a rispondere a quello che viene. Di dare fiducia e forza critica a chi nasce ora, di saper vedere e credere in una strada che non è quella venduta a buon prezzo come l’unica agibile, naturale, normale insomma. La Cascina la Ghiaia e la scuola popolare che lì vive da trent’anni è un luogo di crescita. Luogo d’eccezione, luogo impossibile a immaginarlo da qui senza entrarci dentro – una donna anziana senza più marito da qualche anno con tre affidi di disabili gravi sulle spalle, la responsabilità di una Casascuola aperta sempre, che fa studiare mangiare e dormire a chiunque si affacci a qualsiasi ora e lo chieda, cuoca per di più di un Agriturismo, Bella Ciao, che gestisce il figlio, nonna e madre di due figli e contadina in una terra ripida con appezzamenti tra pendii a perdita d’occhio. Donna impossibile, quindi – donna semplice e reale che s’organizza, dice lei, mentre ci sorride furbetta.

C’è un Mondocucina, un Mondofficina o per dirla alla francese un Mondengagement che pullula dietro al Mondotelevisione. Non lasciamoci ossessionare né intristire, con qualche gesto semplice e un po’ per magia, perseveranti e anche ostinati, siamo forti. Perché abbiamo un sogno e facciamo sì che il presente si intoni con questo senza attendere salvatori né apocalissi. Se non autori, siamo attori di questo tempo intonato. Oggi stesso, questa mattina, questa aria che mi muove il foglio su cui sto scrivendo- intonazione o Stimmung che sembra impossibile a guardarsi distratti intorno. Lina ci porta ad aver cura del nostro sogno, a prenderlo in mano, a osservarlo da tutte le parti, ad accoglierne il modo e il suo giusto tempo. Ci costringe, stringendo con affetto, a tenercelo con noi chiaro e lucido, altrimenti cammini sì qua e là ma invano. Quale è il mio sogno ? Una nebulosa di senso mi avvolge : ricerca vigilanza cura – stranieri terra pane – comunità. Abitare il giusto. Ci costringe a ripercorrere con la memoria tutti gli sbadigli davanti a libri nuovi di libreria e zainetti griffati, il ribrezzo e la fuga e il pugno in pancia alla vista di un disabile, sentimenti che solo nel tempo e con duro lavoro sono diventati ascolto, apprendimento, sorriso.

Così invitati guidati e portati per mano entriamo, non è la prima volta, in una famiglia che famiglia non è, tribù o comunità forse, sì un Mondocomunità di affetti e passioni sorprendentemente affini per il quale ne va della mia stessa vita, che ignora limiti spazio-temporali : mi ritrovo più vecchia di Lina e Lina sorella di azione a un giovane militante argentino sparito per anni e resuscitato per caso di nome Miguel, Miguel Benasayag nostro compagno ora, trent’anni dopo, nel Collettivo Malgrè tout. Nel Bibliomondocucina della Cascina la Ghiaia troviamo libri di Miguel che nessuno a Roma e all’Uni si fila. Lina intreccia la sua vita con la scrittura di lui e noi siamo i messaggeri di questo legame inatteso, di questa fratellanza o sororanza ritrovata che non sapendolo si trovava già al posto giusto.

Sororanza condita dalla marmellata di more arrivata lì sul tavolo a colazione da casa mia, davvero da mia madre che era andata a far more qualche giorno prima e portata lì da non importa quali mani a farmi entrare di colpo a casa mia, nei sapori dell’Umbria mentre parliamo con Lina e vicino c’è Anna che trema leggermente, Fabrizio che gira inquieto intorno al tavolo, Gianwalter che prova a mangiare da solo una fetta di melone e ne esce un pasticcio sul piatto. Ma pian piano Gianwalter il melone se lo mangia, si alza e lava il suo piatto e raggiunge Anna.

L’Aquilone

Dal Bibliomondocucina della Cascina la Ghiaia nasce l’Aquilone, associazione o meglio vera e propria casa donata dai proprietari che se ne sono andati e affidata a Simona dai servizi sociali per vivere con minori per qualche ragione soli, italiani e stranieri, dei paesi limitrofi. Minori arrivati in questi ultimi anni con le loro famiglie a ripopolare paesi disabitati da tempo, trapiantati da ovunque a lì perché lì a un certo punto c’è richiesta di lavoro – è stata aperta una nuova casa di cura per gli anziani e c’è bisogno di personale – e così i genitori vanno a lavoro e lasciano i figli soli di giorno o di notte dipende dai turni.

Non esistono asili, scuole o servizi simili nel raggio di un bel po’ di silometri, impossibili da fare a piedi prima e dopo il turno di lavoro e Simona non mette una pezza a questa grave assenza, Simona ci mette la sua vita per creare un luogo di accoglienza, crescita, condivisione. Un luogo così, verrebbe da dire a passare per i vicoli fantasma del paesino, se l’è inventato dal nulla. Vive da sola a Pino d’Asti facendo a tempo pieno la mamma l’assistente sociale l’educatrice la cuoca la psicologa e all’occorrenza l’insegnante di nuoto a Ferragosto nella piscina comunale. Ha non so quanti affidi, bimbi e ragazzi che vivono a casa con lei, e non so quanti altri giovani di passaggio o meno che trovano lì quattro mura allegre, un bel cortile per giocare, un paese intero per correre e un pentolone sul fuoco a pranzo e a cena. Soprattutto, alcuni veri amici con cui dividere, anzi moltiplicare tutto.

Simona dice di sì all’offerta di conoscere il nostro Collettivo, studia Miguel e se ne fa forza, sa lo spagnolo e un po’ il francese, vuole capire i passi che s’inventa, metterli al centro di un gruppo, respirare il come della sua pratica, sapere che da qualche parte c’è una ricerca comune. Non parlo oltre perché confido nella testimonianza diretta del suo lavoro e dei suoi dubbi e insieme di tutta questa forza che abbiamo ricevuto andando da lei. Mentre i bimbi esplorano con dovizia il nostro furgoncino, ci salutiamo una volta ancora felici di esserci trovati. C’è un Mondofficina odoroso e cocciuto dietro le vetrine del Mondospettacolo.

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