CptA, il torto della presenza

Ogni volta che varchiamo una frontiera subiamo una destabilizzazione psichica, viviamo una crisi di linguaggio , aveva detto Dennis Adams, artista americano che non a caso ha lavorato anche sul controllo sociale nelle arti contemporanee. La nostra esperienza di fronte alla “nominazione ufficiale” dei luoghi di eccezione che tratteremo oggi, è in parte testimonianza della stessa crisi, provocata, tuttavia, non soltanto dal varco (per noi impossibile) delle nuove frontiere interne alle stesse città in cui viviamo ma, ancor prima, dalla loro stessa creazione e dalle loro strategie di nominazione. Gli acronimi che identificano tali luoghi : Cpt(A), centri di permanenza temporanea ed assistenza, Cdi, centri di identificazione così come i Centri di accoglienza costituiscono per chi ha condotto le ricerche prese in considerazione una sorta di “trappole semantiche”, adottando un’espressione che ci è stata suggerita. Nella seconda parte della lezione, Ivan approfondirà questa tematica in maniera più puntuale… Adesso vorrei portare alla presenza questi luoghi inaccessibili, illustrarne la provenienza, l’emergenza e l’interpretazione che più ci è sembrata efficace per comprenderli.

POSIZIONAMENTO

Mi sembra opportuno cominciare leggendo la descrizione di uno di questi luoghi, che è già l’esposizione del Cpt come concetto politico-spaziale. Mi riferisco all’ultimo centro costruito in Italia, vicino Gorizia, che è costato 17 milioni e 220 mila euro e la cui destinazione è diventata oggetto di dibattito in seguito alla commissione guidata dall’ambasciatore Onu Staffan De Mistura che, su incarico del ministro dell’Interno Amato, alla fine del 2006 aveva visitato i centri di permanenza temporanea. Traggo la sua descrizione dal libro di Rovelli, Lager Italiani, che contiene tutte le informazioni sui centri italiani raccolte da giornalisti ed associazioni. La morfologia di questo centro può valere come tema, di cui gli altri 13 centri ancora attivi in Italia potrebbero costituire le variazioni topografiche. Unica nota stonata è il Cdi di Salina Grande, concepito e realizzato come un centro addirittura senza sbarre né inferriate.

Il Cpt di Gradisca, che apre proprio mentre questo libro sta per essere chiuso – ha già evocato Guantanamo, e anche il panopticon foucaultiano. In esso si sperimenta il massimo razionalismo di una struttura fatta di gabbie e metallo finalizzata al controllo totale del detenuto, destinato a essere come un automa, radicalmente deprivato della propria personalità. Il Cpt è stato approntato in una ex caserma per rinchiudere 254 migranti. Un’ala è destinata agli uomini ed una alle donne.

Si accede all’area detentiva (al di qua di essa ci sono gli uffici, la mensa e l’infermeria) dopo aver varcato due cancelli, un muro alto otto metri, una cancellata che recinta le strutture, metal detector e sale di perquisizione, sotto lo sguardo di torrette di avvistamento : un vero e proprio supercarcere. L’ala maschile e l’ala femminile hanno un camminamento di sbarre (con una rete anche sopra la testa) e un cancello piazzato a sbarrare il passo ogni dieci metri, in corrispondenza di ogni camerata, i cui “ospiti” non possono comunicare con quelli delle altre camerate.

Le camerate – ognuna delle quali ha otto posti letto – sono costruite in maniera assolutamente alienante : tutte le suppellettili sono imbullonate al pavimento, le finestre non si possono aprire, le luci stesse – incassate nel soffitto – sono comandate a distanza dalla sala controllo. Chi si trova lì dentro, condannato a una radicale passività, si trova a non poter compiere il minimo gesto naturale, come quello di aprire una finestra, o spegnere la luce. Persino i rubinetti dell’acqua non hanno miscelatori ma solo due pulsanti, uno per l’acqua calda e uno per quella fredda : anche la temperatura dell’acqua è sottratta al controllo, e delegata all’impianto centralizzato. In carcere quantomeno l’ora d’aria è in comune, a Gradisca non è cosi : ogni camerata ha un suo spazio esterno di sei metri per sei circondato da inferriate a ogni lato. È da rilevare, forse come segno di un’epoca nuova, che saranno i cento lavoratori della cooperativa Minerva di Sagrato – una “cooperativa rossa”, aderente a Legacoop – a gestire questo lager. Il 7 marzo 2006 il centro ha “ospitato” il primo migrante.

Il tipo ideale di cpt è dunque recintato da un muro, circondato da telecamere e diviso in tre settori : anticamera (per i controlli), centro direzionale (uffici del personale e forze dell’ordine, area per i colloqui e le registrazioni) e settore del trattenimento ospiti, con camerate corredate di arredamento non rimovibile e servizi igienici, ma anche sale d’intrattenimento, telefoni pubblici e spazi aperti.

Secondo i dati, circa 15mila persone sono state ogni anno in un Cpt. Solitamente i soggetti più deboli venivano poi rimpatriati, ma questi non rappresentavano che il 30% dei detenuti nel 2003 e il 60% nel 2006. Alcuni sono costretti a restare in Italia anche per coprire i debiti con gli scafisti, e dunque rientrano in fretta nel circuito della clandestinità. Gli altri si ritrovano rinchiusi senza averne i titoli, oppure ci finiscono dopo aver scontato una pena in carcere. Di solito, tra gli “ospiti” troviamo :

  chi ha richiesto asilo dopo un decreto di espulsione o chi attende la decisione del giudice sul ricorso al diniego dello status di rifugiato.

  I sans papiers.

  Chi non ha rinnovato per tempo il permesso di soggiorno.

  I cosiddetti “soggetti pericolosi”, rischiosi per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato.

  Gli irregolari che provengono dalle carceri.

  I migranti condannati a subire una pena detentiva in carcere alla quale è aggiunta l’espulsione. I centri ancora attivi in Italia sono 14, situati in zone liminari come le coste del Meridione o del Nord-est, oppure nelle grandi città. A questi si uniscono Lecce e Agrigento, due Cpt ormai chiusi, forse non definitivamente, in seguito a pesanti denunce nei confronti di chi li gestiva. Accanto ai Cpt troviamo poi i Centri di Identificazione. Aperti dalla “legge Puglia” del ’95, con la Bossi-Fini si sono trasformati in centri chiusi. I CdI italiani sono tre, fra i quali spicca il centro di Crotone, che ha ospitato fino a 1800 persone. Altri quattro centri sono di natura indefinita, in particolare quello di Cassibile : di nome un centro di accoglienza per le emergenze, di fatto un luogo con le sbarre alle finestre circondato da un muro di dodici metri, dal quale non si può uscire né ricevere visite. I vari centri sono difformi tra loro quanto a strutture e gestione. Quelli non costruiti ex novo si trovano in edifici appositamente convertiti, come caserme, fabbriche dimesse, centri di accoglienza, ospizi. La maggior parte dei centri è gestita dalla Croce rossa italiana, dalla Confraternita delle Misericordie d’Italia, da cooperative o associazioni ad hoc e infine dall’Associazione Carabinieri. Gli enti prescelti devono gestire l’amministrazione e fornire un servizio di “assistenza generica”. Ma i contatti interpersonali sono gestiti sempre dai carabinieri.

In passato non c’era un vero bando pubblico, la scelta era del prefetto e operata attraverso una gara ufficiosa e una trattativa privata. Un maxiemendamento ha in seguito imposto appalto unico e costi unici. Questo costo, spesso tacito, si aggira sui 3 milioni di euro l’anno per ogni centro. In una nota puntata di Report, Daniele Giovanardi, presidente della Misericordia che gestisce il Cpt di Modena, non aveva nascosto l’interesse degli amministratori per gli introiti percepiti, affermando : è un “guadagno trasformato in benessere sociale”. A chi spetti tale benessere, risulterà chiaro più avanti.

L’UNIONE FA LA FORZA

Va detto che, come mostra la carta dei campi europei che facciamo girare, queste soluzioni non sono ovviamente una prerogativa dell’ospitalità italiana, ma diffusi in tutta Europa in seguito alla politica migratoria stilata negli accordi di Shengen del 1995, che avevano posto le basi per la costruzione della Fortezza Europa (quella, per intenderci, della tolleranza zero e della restrizione del diritto d’asilo, che pure è riconosciuto da ogni carta costituzionale). Ci sono centri in Germania, Inghilterra, Spagna, Olanda (Schiphol), Malta (il più grande cpt del mediterraneo). I francesi danno stranamente prova di minore ipocrisia linguistica rispetto a noi, chiamandoli CRA, centre de rétention administrative (come quello caché a Vincennes). Ritenzione amministrativa della durata di 32 giorni che, con la legge Sarkozy sull’immigrazione, si è trasformata in détention di sei mesi. A differenza degli altri paesi europei, in Francia vengono costruiti campi diversi per i richiedenti asilo e per gli stranieri in via d’espulsione. Al momento i CRA nel territorio francese sono una ventina, e la loro data di nascita giuridica risale ai primi anni ’80. Esistono anche le zones d’attente aereoportuali, che accolgono gli stranieri richiedenti lo status di rifugiati, ai quali è rifiutato l’accesso. Ogni anno, da 15 a 20 000 persone sono bloccate in queste zone d’attesa.

TAPPE GIURIDICHE

 Il cammino giuridico che ha sorretto in Italia la nascita dei centri, comincia più di vent’anni fa. Con la legge italiana num. 943 del 1986, si riconosce il diritto al ricongiungimento familiare a chiunque viva e lavori in Italia regolarmente. Tale legge afferma, in linea di principio, la prima regolarizzazione “a sanatoria” dei lavoratori stranieri, i cui diritti vengono equiparati a quelli dei lavoratori italiani.

 La prima legge a pensare la programmazione dei flussi migratori è stata però la legge Martelli (num. 39, del ’90). Anche questa legge nasce da un’emergenza e non dà prova di una nuova politica di integrazione, introducendo la procedura di espulsione dei cittadini stranieri (quelli irregolari e quelli che hanno riportato condanne penali), disposta dalla prefettura con un decreto. Laddove l’espulsione non possa avvenire in tempi rapidi, o vadano effettuati accertamenti sull’identità dell’irregolare, il tribunale, su richiesta del questore, può disporre una sorveglianza speciale. Il trattenimento del migrante, che diventa lentamente un clandestino, si trasforma in una permanenza temporanea.

 Nel ’91 ebbe luogo il precedente più significativo nel percorso storico-giuridico che analizziamo : i profughi albanesi giunti in nave sulle coste pugliesi vengono internati per una settimana nello stadio di Bari in condizioni pessime (senza servizi igienici e innaffiati da idranti della polizia, il cibo gli veniva gettato dagli elicotteri). Gli albanesi vennero poi smistati in altri centri e rimandati in Albania.

 Del 1995 è invece il noto “decreto Dini”, num. 498. Sebbene non sia stato convertito in legge, questo decreto rende “normale” e non “eccezionale” la procedura del trattamento coattivo dell’individuo irregolare in un determinato luogo. Tale decreto ha stigmatizzato simbolicamente i migranti come “problema sociale”, nota Dal Lago . Nella politica di destra così come in quella di sinistra, sebbene con linguaggi politici differenti, la questione immigrazione è posta come un problema di insicurezza urbana e microcriminalità.

 Il primo governo di centrosinistra approva la prima legge organica in materia di immigrazione, nota attraverso i nomi dei suoi fautori : l’onorevole Livia Turco (il nostro Ministro della Salute) e l’attuale presidente della repubblica Giorgio Napolitano (all’epoca Ministro dell’Interno). Nel DECRETO LEGISLATIVO 25 luglio 1998 n. 286, articolo 40, leggiamo, alla voce “Disposizioni in materia di alloggio e assistenza sociale”, la nascita giuridica dei centri di accoglienza, attraverso una descrizione che è bene tenere a mente per quanto segue.

Centri di accoglienza. Accesso all’abitazione. I criteri di accoglienza sono finalizzati a rendere autosufficienti gli stranieri ivi ospitati nel più breve tempo possibile. I centri di accoglienza provvedono, ove possibile, ai servizi sociali e culturali idonei a favorire l’autonomia e l’inserimento sociale degli ospiti. (…) Per centri di accoglienza si intendono le strutture alloggiative che, anche gratuitamente, provvedono alle immediate esigenze alloggiative ed alimentari, nonché, ove possibile, all’offerta di occasioni di apprendimento della lingua italiana, di formazione professionale, di scambi culturali con la popolazione italiana, e all’assistenza socio-sanitaria degli stranieri impossibilitati a provvedervi autonomamente per il tempo strettamente necessario al raggiungimento dell’autonomia personale per le esigenze di vitto e alloggio nel territorio in cui vive lo straniero.

La legge rincorre due scopi : limitare le quote degli ingressi regolari (il numero dovrebbe essere fissato ogni anno sulla base di un documento programmatico triennale, una parte delle “quote” è riservata ai lavoratori dei paesi con cui l’Italia ha stipulato accordi bilaterali che concernono anche la riammissione degli irregolari nel loro paese di origine) ; assegnare un ruolo centrale alla disciplina delle espulsioni, compresa la legittimità di trattenere fino all’atto dell’espulsione l’immigrato irregolare. Se la polizia ritiene che lo straniero non abbia un buon inserimento sociale, famigliare e lavorativo, intima quest’ultimo a lasciare il territorio : l’immigrazione è una questione d’ordine pubblico.

 Nel 2002 il governo di centrodestra approva la legge 189, più nota come Bossi-Fini. La 189 radicalizza la legge Turco-Napolitano, e si radicalizza ulteriormente con le modifiche apportate nel 2004 dalla legge 271. L’immigrazione clandestina è qui difficilmente separabile dalla criminalità e contemporaneamente si mantiene alta la domanda clandestina di lavoro meno qualificato. Ma soprattutto viene meno qualsiasi volontà politica di integrazione. I punti più salienti della legge mostrano che essa :

 Riduce definitivamente le possibilità di ingresso regolare e precarizza la condizione del migrante. Dal momento che la regolarizzazione è vincolata a un “contratto di soggiorno”, egli diventa più ricattabile, favorendo la possibilità di avere manodopera docile e sottopagata. Il funzionamento di questa legge si basa inoltre su un “presupposto impossibile” : il datore di lavoro italiano dovrebbe proporre un lavoro ad una persona mai vista e conosciuta, dal momento che tale persona dovrebbe risiedere all’estero finché la sua entrata in Italia possa essere regolarizzata da questo stesso contratto.

 L’accompagnamento coattivo alla frontiera diventa pratica ordinaria, affidata alla Marina Militare, e non più norma applicata nel caso in cui le autorità valutassero un pericolo di disobbedienza all’ordine.

 Viene istituito il reato di clandestinità : chiunque venga fermato senza documenti dopo aver ricevuto un provvedimento di espulsione può essere arrestato (e scontare da sei mesi a un anno di detenzione). Scontata la pena, finisce nuovamente in un Cpt in attesa di essere rimpatriato.

 I tempi di detenzione in un Cpt aumentano da trenta a sessanta giorni. Il trattenimento, così come la sua proroga, dovrebbe essere convalidato da un giudice entro 48 ore, ma nella prassi la convalida è disposta automaticamente, come mera formalità, oppure ignorata. Fabrizio Gatti, nel suo articolo pubblicato su un noto numero de “L’espresso” di due anni fa, aveva testimoniato che la detenzione sua e dei suoi compagni di cella a Lampedusa non era stata convalidata da nessun giudice. Inoltre, la velocità delle udienze impedisce ai deportati di essere rappresentati efficacemente da un avvocato. Al rilascio, il detenuto deve lasciare l’Italia entro 5 giorni. Contro l’espulsione, ci si può appellare a un giudice di pace entro due mesi, ma IL RICORSO NON SOSPENDE L’ESPULSIONE. Spesso il diritto a non essere rimpatriati viene riconosciuto una volta rimpatriati.

 Vengono predisposti nuovi centri e il trattenimento diventa obbligatorio, fatta salva la disponibilità dei posti (ma spesso si decidono retate di clandestini a seconda di tale disponibilità). Se l’espulsione è convalidata, scatta l’interdizione dall’area Schengen per la durata di dieci anni.

 Manca, una normativa organica in materia d’asilo. L’Italia è il solo paese europeo che non abbia una legge organica in materia d’asilo, nonostante abbia aderito alla convenzione di Ginevra del ’51 e nonostante la sua Costituzione preveda, all’art. 10, l’obbligo di tutelare chi non può godere delle “libertà democratiche”. La concessione del diritto costituzionale viene quindi lasciata alla discrezionalità dei singoli giudici. Gli standard internazionali del diritto dei rifugiati prevedono il trattenimento del richiedente asilo come misura eccezionale, laddove, con la Bossi-Fini, questa misura diventa la norma. Senza contare il fatto che il diritto d’accedere alla procedura di richiesta asilo non è garantito. Le informazioni relative non sono mai sufficienti, tant’è che soltanto lo 0,3 % riesce a chiederlo. “Medici senza frontiere” ha rilevato che il sistema di accoglienza per chi lo richiede, ovvero il Servizio Centrale, è demandato all’iniziativa dei singoli Comuni e ha concesso risposta solo nel 7% dei casi. Questo particolare regolamento di attuazione permette quindi al ministero dell’Interno di creare centri per ogni emergenza e in ogni momento.

CONDIZIONI

Nel Gennaio 2004, Medici senza Frontiere ha raccolto testimonianze di avvocati, parlamentari e altre Ong e stilato un dettagliato rapporto sulle violazioni più gravi riscontrate nei centri. Da questo e da altre fonti desumiamo che :

 Le strutture dei centri risultano “decisamente inadeguate” . Troppo spesso i detenuti sono sistemati in container (come succede permanentemente a Torino) o in altri tipi d’alloggio inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme e in condizioni di sovraffollamento. Alcuni centri hanno uno spazio aperto troppo angusto, oppure manca del tutto. Le condizioni igieniche sono a dir poco carenti, il cibo scadente, mancano forniture di vestiti puliti, biancheria, lenzuola. Chi è passato per un Centro di accoglienza, testimonia la mancanza di libri o strumenti minimi per poter sfruttare la permanenza forzata per apprendere la lingua del posto in cui si trova. Non esistono, infine, ambienti separati per i richiedenti asilo, né vengono previste aree separate per gli ex carcerati : i CPT parrebbero allora come una semplice estensione del sistema carcerario.

 L’assistenza medica nei centri è del tutto insufficiente. Si registrano l’assenza di reparti per categorie vulnerabili, carenze nella gestione di cartelle cliniche, nelle misure per prevenire il diffondersi di epidemie. In presenza di segni di percosse sul proprio corpo, subito registrati come “cadute”, si viene portati in manette all’ospedale. Un uomo residente in Italia da diciotto anni, al quale non avevano rinnovato il permesso di soggiorno, finito nel Cpt di Trapani ha chiesto un giorno ago e filo rosso per cucirsi la bocca, minuziosamente, dall’interno verso l’esterno… ultima iscrizione possibile per dire la propria espropriazione dal linguaggio. Lo stesso gesto fu compiuto in Calabria da un ragazzo marocchino che per via di una falsa testimonianza era passato direttamente dalla permanenza temporanea alla custodia cautelare. Nel ’99 un detenuto dà fuoco alla camerata del Cpt di Trapani, muoiono ustionati 6 ragazzi. Nello stesso anno un ragazzo muore nel Cpt romano per assenza di cure.

Frequenti sono i casi di autolesionismo e tentativo di suicidio tra i detenuti. Ingoiare lamette o pile diventano gesti “temporaneamente quotidiani”. Nonostante la deprivazione psicologica non è fornito alcun tipo di assistenza psicologica e psichiatrica. Tuttavia è molto frequente una prescrizione massiccia di sedativi e tranquillanti, come il Rivotril, farmaco ipnotico-sedativo che, nella sua categoria d’appartenenza, il benzodiazepine, rappresenta uno dei farmaci ad azione prolungata. Questi farmaci, insieme ad altri epilettici, sono gli stessi somministrati in carcere, ad. esempio a Rebibbia, ma nei Cpt ciò avviene all’insaputa del paziente. Un’altra pratica di cui si ha notizia, di fronte alla quale va aperta una breve parentesi, concerne l’utilizzo di coltelli, rasoi e acido per cancellarsi le impronte digitali. Questa pratica è motivata dal fatto che, a partire dal gennaio 2003, l’Unione Europea ha messo in funzione l’Eurodac, primo sistema di identificazione automatizzata delle impronte digitali, necessario per applicare la « Convenzione di Dublino » quando si tratta di chiarire quale Stato membro debba esaminare il caso di un extracomunitario che vuole abitare nell’Ue e si sposta tra un paese e l’altro. Secondo i responsabili dei servizi di immigrazione svedesi, 400/500 richiedenti l’asilo si sono volontariamente mutilati per evitare di essere identificati e rispediti in un paese nel quale erano magari capitati durante la fuga senza riscontrare una possibilità di permanervi dignitosamente. L’utilizzo della metodologia biometrica è caratteristico dell’attitudine sicuritaria, che tratta indistintamente ogni soggetto in fuga come un criminale potenziale.

 In quanto al diritto di asilo, sono state riscontrate gravi violazioni. Msf aveva verificato ad esempio che – quando ancora non era stato emanato il regolamento che istituisce il trattenimento nei CPT dei richiedenti asilo – i detenuti che avevano fatto richiesta di asilo, invece di essere rilasciati in attesa dell’audizione da parte della commissione (come previsto dalla legge), continuavano a essere trattenuti nei centri. Secondo gli standard internazionali, non si può essere reclusi durante la richiesta. Ma in Italia non c’è ancora una legge in materia d’asilo. Ci sono state anche testimonianze di stranieri con un regolare permesso di soggiorno egualmente detenuti nei centri, e la loro detenzione è stata convalidata dal giudice durante l’udienza (a riprova di quanto siano garantiti i diritti legali dei detenuti). In altri casi c’è stato il trattenimento illegale di minori non accompagnati e di donne incinte.

 E’ stato verificato come siano ben pochi i centri ad avere steso un regolamento interno, come richiesto dal ministero, e come la “carta dei diritti e dei doveri” consegnata all’ingresso nei centri – non essendo spesso tradotta nella lingua dei detenuti, e mancando un adeguato servizio di informazione legale (spesso svolto da personale non specializzato dell’ente gestore) – sia insufficiente allo scopo previsto. Così come emerge da tantissime testimonianze, il migrante si trova chiuso in una prigione senza sapere nulla, né del perché si trova lì dentro, né di cosa gli accadrà in seguito. E spesso, come si è detto, non ha alcuna informazione riguardo alla sua possibilità di presentare richiesta d’asilo e sulle modalità per farlo. Talvolta gli enti gestori fanno il possibile per dissuadere i detenuti dal nominare certi avvocati molto attivi per sostenere i diritti dei migranti, in favore di altri “fidati” i quali successivamente non mostrano alcun impegno. Decisamente rilevante, a questo proposito, è la difficoltà di un monitoraggio indipendente dei Cpt. Secondo la norma, i detenuti dovrebbero essere informati di tutti i loro diritti. Ciò non avviene quasi mai. È difficilissimo che si possa richiedere ufficialmente asilo o ricevere visite. L’accesso al centro è consentito unicamente ai parlamentari, o all’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). È reso difficile essere ammessi all’interno delle strutture anche agli avvocati (con le conseguenti difficoltà di ricevere la nomina degli assistiti potenziali, e di incontrare gli assistiti effettivi) e giornalisti (di fatto mai ammessi).

 Infine, Amnesty International registra un gran numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche, molestie sessuali e l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, soprattutto durante proteste o in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono ancora in corso laddove i detenuti siano stati in grado di sporgere querela, ma solitamente la maggior parte di loro non ha pieno accesso a meccanismi di denuncia né a consulenze indipendenti. Ad alcuni detenuti che intendevano sporgere denuncia era stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la paura di ritorsioni ha avuto il sopravvento.

RETROSPETTIVE TEORICHE

A questo punto, mi pare necessario integrare quanto è appena stato detto con le analisi più recenti che ne hanno tracciato una diagnosi teorica, che hanno provato a mettere in luce i nessi emergenti tra le mitologie sicuritarie, la politica di gestione della vita, la costruzione di nuovi campi urbani e la percezione del rifugiato. Costruire campi urbani ai margini della città rientra nel più ampio ripensamento degli spazi pubblici a seguito dell’“allarme immigrazione”. In questo caso, i discorsi sono a volte orientati verso la definizione di quale dovrebbe essere il massimo di “intrusione” accettabile, per riuscire a gestire il rischio che essa comporterebbe. Si percepisce ancora l’eliminazione del fattore rischio come qualcosa che, sebbene non possa mai essere raggiunta, dovrebbe essere inseguita con tenacia. Il patto di sicurezza che tale discorso sottende si esprime nella formula “Sarete garantiti”. Sarete garantiti dal rischio con tutti i mezzi possibili. Tuttavia, l’ondata di sicuritarismo di fronte al fenomeno dell’immigrazione non si alimenta della sola paura fisica.

La “questione immigrazione” si fa strada nei primi anni ’90, epoca in cui non venne pienamente colto il volto politico del discorso e il nucleo del problema pareva essere esclusivamente la ricerca d’una strategia d’integrazione opportuna. In quegli anni non si registrava tanto un aumento della criminalità quanto un intensificarsi dell’allarme sociale. La causa del riemergere dell’insicurezza era attribuita al processo di immigrazione. I rifugiati sono la classe pericolosa del XXI secolo, la folla instabile oggetto della “grande paura”, immagine della non-sicurezza costantemente reiterata di fronte ai nostri occhi nel tentativo di riaffermare lo Stato. Dal Lago dimostra che il concetto stesso di devianza esprime « l’opposizione formale tra una presunta integrazione della società e una presunta differenziazione » , come fosse il disfunzionamento di un organismo omogeneo. Abbiamo visto come spesso lo straniero passi dal carcere al Cpt, o viceversa, subendo un regime di doppia pena. Come già scriveva Foucault in Sorvegliare e punire, si diventa estranei alla società a causa del crimine, ma « il crimine stesso è dovuto piuttosto al fatto che si è nella società come estranei ». Gli effetti della criminalizzazione dell’immigrato si notano già in Francia, Italia e Germania, dove la percentuale di extracomunitari in carcere è altissima. Secondo Dario Melossi, questa “affinità statistica” tra immigrazione e criminalità va letta come un affinità tra l’immigrazione e la propensione (statistica) ad essere condannati, ovvero come una “penalizzazione” degli stranieri.

A questa doppia pena se ne aggiunge un’altra, che agisce parallelamente. Abdelmalek Sayad ha visto la sua origine nel cosiddetto “pensiero di Stato”, indicato come il denominatore comune della condizione di straniero. Pensare l’immigrazione significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione. La presenza in seno allo Stato dei non-nazionali scardina l’ordine nazionale e la frontiera tra ciò che è nazionale e ciò che non lo è, attentando “alla perfezione mitica di questo ordine e al pieno compimento della logica implicita in esso.” L’immigrazione obbliga dunque a smascherare il modo in cui lo Stato pensa se stesso. Questa forma di pensiero riflette le strutture mentali dello Stato così come sono state interiorizzate da ogni individuo, incorporate in esso al punto da arrivare a coincidere nell’attribuire al migrante una doppia pena, non solo quella eventualmente registrata, ma anche quella definibile come “statutaria” od “ontologica”. La sola istituzione del reato di clandestinità definisce il divenire reato della loro stessa condizione, non di atti criminali da loro effettivamente compiuti.

L’essere un delinquente immigrato aggrava in seguito la condizione dell’imputato, aggiunge una pena effettiva alla pena presupposta. Egli è già paradossalmente in torto per la sua presenza, ma il torto è raddoppiato nell’eventuale momento del crimine. Questa “doppia pena” è prodotta nella perpetuazione di strutture semantiche e di dinamiche di gestione dello spazio condiviso prima di essere oggettivata in tribunale. La sua presenza è già da sempre percepita come deplacée (fuori posto, sconveniente). Sia nel momento della migrazione (spostamento inopportuno) che in senso morale (parole e discorsi deplacés (sgarbati, fuori luogo). L’azione che delinque, è sanzionata dunque nell’ordine dell’inciviltà, dell’impolitesse : non si addice il cattivo comportamento a chi è ospite in casa d’altri.

« Quando parliamo di immigrati, noi parliamo di noi stessi in relazione agli immigrati ». Iscritta nel dispositivo di sicurezza, “la società civile non si innalza oltre il suo egoismo. La sicurezza è piuttosto l’assicurazione del suo egoismo”. Sono i fantasmi della nostra casa, del nostro territorio, sono i nostri conti in sospeso ad apparire nel momento in cui l’inopportuno e l’inatteso varcano la soglia. Estranei alla sicurezza biopolitica come fonte di aggregazione, essi non sono accoutumés allo spazio urbano come la “giusta popolazione”. Territorializzati nello spazio dell’instabilità costante, per essi c’è tutto da temere. Soprattutto per chi resta irriducibile, non identificabile, i soli per i quali le riflessioni seguite all’indagine della commissione De Mistura non hanno pensato ad una reintegrazione possibile, ad una salvezza dai centri di permanenza temporanei.

Se dal secolo di Durkheim sino alle analisi di Kai Erkson si definiva il ruolo dell’immigrato nella nostra società secondo la “funzione specchio”, questo vuol dire che la sua presenza non è mai stata pensata a prescindere dal presunto modello che essa dovrebbe riflettere o deformare. La “funzione specchio” indicava infatti la rimozione e la traslazione dell’oggetto sospetto (la società, intesa come insieme di “linee d’oggettivazione delle pratiche governative” ) nella figura dello straniero che si stabilisce nel suo territorio. Si rende patente ciò che restava latente nella Costituzione, e più in generale nel funzionamento dell’ordine sociale. Ciò che si aveva interesse ad ignorare viene rivelato. Se è vero che la figura dello straniero è quella dello specchio, esso mette la società legittima di fronte al proprio impensato.

Ma, ancor più, l’immigrazione costituisce il limite dello Stato nazionale, una frontiera che permette di comprendere ciò che lo Stato nazionale è intrinsecamente (la sua verità fondamentale), una frontiera (ontologica, si potrebbe dire) dell’essere stesso dello Stato che, per poter esistere, si è dato delle frontiere nazionali. È nella natura stessa dello Stato discriminare e, per questo, dotarsi preventivamente di tutti i criteri possibili di pertinenza necessari per una discriminazione, senza la quale esso non sarebbe possibile : discriminazione tra i nazionali che riconosce come tali, e nei quali si riconosce allo stesso modo in cui essi si riconoscono in lui (questo effetto di doppio riconoscimento reciproco è indispensabile per l’esistenza e per la funzione dello Stato), e gli “altri” che deve conoscere solo “materialmente”, in ragione del solo fatto che sono presenti nel campo della sua sovranità nazionale e sul territorio nazionale che ricade sotto questa sovranità.

ATTRAVERSO LA CRISI

Nei centri si convive con l’incubo di essere mandati via, nel peggiore dei casi in Libia . Si resta sospesi. « Per vedere il fuori occorre essere perpendicolari alla grata, occorre una postura forzosa, uno sguardo innaturale ». Tutto, nei Cpt, contribuisce alla reiterazione dell’annullamento della persona (dei suoi diritti), per alcuni provvisorio per altri definitivo. Il disciplinamento è sia verticale (stimolo della guardia-risposta dell’ospite) che orizzontale : gli “ospiti” sono raggruppati per nazionalità, costretti a non parlarsi, a non conoscersi. “La paura è la forma di vita di quelli che chiamano clandestini, di quelli visibili a mezzo.” La forma di vita di chi diventa pura emergenza. Non è facile uscire dal centro, anche attraversato il suo cancello diretti verso la strada che porta in città… Perché la temporaneità della permanenza nel luogo della sospensione esistenziale e giuridica trova appoggio in quello che li attende, o meglio “non li attende” fuori. Tutte le storie raccontate da Rovelli, o dai migranti attraverso il libro di Rovelli, testimoniano l’arbitrarietà della deportazione. Nei centri si resta permanentemente in attesa di giudizio. Si dice che l’attributo primo del diritto sia la certezza, ma per chi risiede in un centro il diritto si presenta come forma di grazia, o come sospensione.

Si è spesso definito i Cpt come evoluzione del sistema carcerario. L’interno del centro di Cpt di cui ho riportato la descrizione ricorda non a caso la predisposizione dello spazio analitico operata nelle istituzioni chiuse, come descritta ad esempio da Foucault nelle sue analisi sul potere disciplinare. Ma a volte i detenuti dei centri che hanno appena scontato un’effettiva pena carceraria testimoniano “la mancanza di regole” dei Cpt e una paradossale nostalgia per la condizione carceraria. Rovelli descrive con queste parole il viaggio di Samir dal Marocco al Cpt milanese : “la legge gli si è denudata davanti, lo ha incatenato a sé, e lui l’ha attraversata. Adesso è dall’altra parte, e dall’altra parte c’è arrivato nello scarto di un istante.” Per comprendere l’attraversamento del luogo dove la legge si denuda, dove la localizzazione è senza ordinamento, occorre integrare la biopolitica foucaultiana, che a sua volta incorporava le tecnologie di potere del disciplinare o le altre analisi sul carcerario con le analisi di chi ha pensato, dopo di lui ma ancora attraverso la griglia semantica biopolitica, i luoghi dove la legge è sospesa, dove il diritto è nudo ma nonostante questo non disarmato.

Come già letto in Sayad, l’immigrato smentisce la naturalità dei confini, mettendo in crisi le basi degli stati nazionali, in primis la loro concezione dell’identità : il rifugiato sconvolge l’idea di cittadinanza fondata sulla nascita. « Spezzando il nesso fra uomo e cittadino, diventa, da figura marginale, fattore decisivo della crisi dello Stato-nazione moderno ». Nelle ricerche cominciate da Agamben più di dieci anni fa, reintroducendo la figura arendtiana dell’apolide come gruppo umano caratteristico della storia contemporanea, leggiamo che il rifugiato scardina la trinità Stato-nazione-territorio. A partire dalla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, si faceva della natio, della nascita (la cosiddetta “nuda vita umana”, prodotta dalla macchina biopolitica e mascherata dietro la cittadinanza) il fondamento della sovranità. La sua “finzione originaria” si manifesta all’ora del tramonto dello stato nazionale e dei diritti umani, custoditi dalla figura del cittadino e tutelati unicamente in questa configurazione. I nuovi esuli, i profughi che scontano la doppia pena, sono perseguiti non per quello che fanno ma per quello che sono, ovvero testimonianza dello scarto tra nascita e nazione.

Dall’inizio del ’900 in Europa, in seguito allo spostamento degli apolidi, si introducono norme per denaturalizzare e denazionalizzare cittadini “indegni”. Si veniva privati dei diritti di cittadinanza e in seguito condotti nei campi di internamento e concentramento. I primi campi furono concepiti come spazio di controllo per i rifugiati. Quando i diritti dell’uomo non coincidono più con quelli del cittadino, quando il suo omicidio o il suo essere semplicemente “lasciato morire” diventa impunibile, egli diventa sacro, ovvero, come nel diritto romano arcaico, votato alla morte. La vita sacra è direttamente politicizzata nello spazio in questa relazione di abbandono.

“Che per qualcosa come il puro uomo in sé non ci sia, nell’ordinamento politico dello Stato-nazione, alcuno spazio autonomo, è evidente quanto meno per il fatto che lo statuto di rifugiato è stato sempre considerato, anche nel migliore dei casi, come una condizione provvisoria, che deve condurre o alla naturalizzazione o al rimpatrio. Uno statuto stabile dell’uomo in sé è inconcepibile nel diritto dello Stato-nazione”.

L’umanitario separato dal politico non può che riprodurre l’isolamento della vita sacra su cui si fonda lo stesso campo. Non si potrà più inserire il fenomeno nella categoria concettuale del diritto di asilo (in via di contrazione nella legislazione degli Stati europei) ma, di fronte a una massa di residenti non-cittadini che non possono essere né naturalizzati né rimpatriati, occorrerà riconsiderare il rifugiato come concetto-limite dello Stato-nazione.

Agamben si interroga ripetutamente sulla struttura giuridico-politica del campo. La sue prime forme, pensate dagli spagnoli per reprimere le insurrezioni cubane di fine ’800 e dagli inglesi nello sterminio dei boeri del primo ’900, estesero all’intera popolazione lo stato di eccezione legato a una guerra coloniale. I campi non nascono dal diritto ordinario né da una trasformazione del sistema carcerario (che rappresenta solo un ambito del diritto penale e non è preso fuori dal normale ordinamento) ma dallo stato di eccezione e dalla legge marziale, ovvero dalla sospensione della regola, che resta tuttavia inclusa attraverso la sua esclusione. Dove la localizzazione è senza ordinamento, il rapporto originario della legge con la vita, catturata dal diritto attraverso la sua sospensione, è segnato dalla forma dell’abbandono.

Nel bando, essa è sottoposta alla legge tutta intera, perché la legge senza contenuto si confonde con la vita stessa. Sospendendo lo stesso ordine giuridico, il campo non applica un diritto speciale ma si situa sulla soglia e territorializza il concetto-limite del diritto stesso. L’anomalia dell’apolide lo prende fuori dalla legge e lo consegna alla mercè della polizia. Ma la zona di anomia è sempre in relazione col diritto, anche dove si manifesti in uno stato kenomatico, in un vuoto di diritto.

Dal momento che è stato un decreto-legge a sancire nel ’95 la normalizzazione del trattamento coattivo del migrante, potrebbe essere significativo ricordare le tappe giuridiche che segnarono in Italia l’emergenza dello stato di eccezione, individuate da Agamben in una lunga nota contenuta in Stato di eccezione. La sua ricostruzione storica ve come protagonista giuridico della questione i decreti governativi di urgenza, ovvero i “decreti-legge”, che da strumenti derogatori ed eccezionali diventarono fonte ordinaria di produzione del diritto. Ciò dimostra che uno dei governi più instabili d’Europa ha elaborato uno dei paradigmi essenziali che trasformano la democrazia da parlamentare a governamentale. Vediamone le tappe. Nel 1908, in occasione del terremoto di Messina e Reggio Calabria del 28 dicembre, si dichiara lo Stato di assedio. Le sue ragioni ultime erano di ordine pubblico : si volevano reprimere vandalismi dovuti alla catastrofe.

In tutti i casi di proclamazione dello stato di assedio, il decreto fu approvato dal parlamento (nel ’23 e nel ’24 furono convertiti in legge migliaia di decreti-legge degli anni precedenti). Nel ’26 lo stato fascista fece emanare una legge che regolava la materia. “La prassi della legislazione governamentale attraverso decreti-legge è da allora diventata in Italia la regola”. Nei primi anni ’80 sono stati definiti “disegni di legge rafforzati a urgenza garantita”. Ciò significa che l’esecutivo ha in parte assorbito il legislativo, poiché quest’ultimo si limita a ratificare i decreti emanati dal governo.

Torniamo alle basi giuridiche dei campi del passato. Anche se finalizzati allo sterminio, essi furono concepiti inizialmente come operazione di polizia, per questo il metodo fu così meticoloso. In seguito la Schutzhaft (custodia protettiva), istituto di derivazione prussiana classificabile come politica preventiva diretta ad evitare un pericolo eventuale per la sicurezza dello Stato, fu svincolato dallo stato di eccezione su cui si fondava per vigere in una situazione normale e acquistare un assetto spaziale permanente. Si realizza dunque la vocazione giuridica dello stato di eccezione, si apre lo spazio del campo. Ciò che chiamiamo “campo” è lo scarto tra la nascita e lo Stato-nazione. Nel ’33 Hitler viene celebrato cancelliere del Reich, e contemporaneamente Himmler crea a Dachau un “campo di concentrazione per prigionieri politici”, affidato alle SS e posto, grazie alla Schutzhaft, al di fuori delle regole del diritto penale e carcerario. Emerge lo statuto paradossale del campo come spazio d’eccezione : è un territorio fuori dal normale ordinamento giuridico ma non, con ciò, esterno. Non sono le cronache di un altro pianeta quelle narrate oggi, titolo che Federica Sossi avrebbe dato al suo libro di testimonianze dei migranti, prima di accorgersi che quel mondo gli stava accanto, ci stava accanto. In questo mondo accanto dove la legge è interamente sospesa, tutto è possibile. Il diritto li eccepisce, ovvero li esclude e include allo stesso tempo, consegnandoli allo stato di eccezione permanente dispiegato nell’unica dimora resa disponibile per loro. L’ordinamento normale è sospeso e il surplus di atrocità commesse dipende dall’arbitrio della polizia, che adotta le misure necessarie di fronte al “potenzialmente criminale”. Così avviene ancora ai margini delle metropoli, così avviene nelle aree off-limits che attraversano tutta la città.

Finché non si reinterroga e separa nuovamente ciò che è stato reso inscindibile : vita e diritto, spazio e popolazione, sicurezza e non-sicurezza, il biopotere continuerà a politicizzare “la vita stessa” nello spazio in cui essi vengono a coincidere. Democrazia e assolutismo risulteranno anch’essi indiscernibili se non si aprirà nel pensiero uno luogo per le nuove categorie del politico. La forza e la contraddizione della democrazia moderna sono costituite dal fatto che essa non abolisce la vita sacra ma la frantuma in ogni singolo corpo, facendone la posta in gioco dei conflitti, facendo di ogni volontario della Misericordia, di ogni caporale del “triangolo degli schiavi” in Puglia un sovrano nel momento in cui decide sul valore o non-valore della vita che ha di fronte e stabilisce la cesura “che può fare di ogni vivere un sopravvivere e di ogni sopravvivere un vivere”.

Ogni volta che si crea una tale dinamica, indipendentemente dalla varietà di crimini che vi sono commessi e dalla denominazione in voga, siamo in presenza di uno spazio in cui la pura vita biologica, ovvero la cura del corpo e delle necessità alimentari accompagnate da un’opacità linguistica che il detenuto si cuce addosso, si espongono al potere senza intermediazione. Non c’era più nulla di sacro nello stadio di Bari, che ricorda l’Estadio Nacional nella Santiago di Pinochet e che sarà ricordato nelle zone di attesa forzata, nei centri di accoglienza senza uscita così come in tutti i luoghi del contemporaneo in cui si attraversa la soglia di una crisi.

Arianna Lodeserto

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