Seminario di Miguel Benasayag

La problematica del post-umano, la contaminazione della vita attraverso l’artificiale è una problematica centrale nel mio lavoro di ricerca scientifica, ma allo stesso tempo è per me importante interessarmi del campo dell’agire e del suo articolarsi nel sociale. Per questo trovo molto importante capire il problema centrale della crisi antropologica che stiamo vivendo : si tratta di approfondire la conoscenza di quel tratto comune, l’impotenza, che si presenta nella società ed anche quindi nell’ambito della attività clinica psicoterapica. Quel che sta capitando è che si verificano situazioni, come anche nel la crisi economica attuale, verso cui prevale un senso di impotenza. Il tratto particolare della crisi antropologica che stiamo vivendo è dato da questa idea dell’impossibilità dell’azione di fronte alla complessità della realtà del mondo.

L’idea ottimistica rappresentata dal fatto di pensare possibile l’azione viene oggi diffusamente paragonata ad una sciocchezza , chi pensa di poter agire viene considerato fuori della realtà, non intelligente, visionario. Dal punto di vista clinico quello che sta accadendo è che siamo passati dall’ottimismo terapeutico ad un realismo pessimistico dato da una concezione meccanicistica collegata alla chimica . Nelle nostre professioni, che sono le professioni del ” Cambiamento” si è insinuato un sintomo, un sintomo di pessimismo, che riguarda pazienti e terapeuti, per cui non è più il desiderio dell’emancipazione del soggetto rispetto al sintomo la base motivazionale , ma vige un’idea di pessimismo che induce la necessità di arrivare al cambiamento attraverso un processo affidato alla chimica. In tal senso possiamo constatare che tutto ciò implica la perdita dell’ideale che è alla base della nostra professione, infatti fa parte della formazione del clinico la necessità di occuparsi di cose che non sono strettamente cliniche.

Per poter ascoltare il paziente, per poter comprendere anche quelle che possono essere le sue “lamentele”, oggi è molto importante passare attraverso l’antropologia, la scienza e la filosofia e mettere quindi in discussione l’attuale formazione alle modalità dell’ascolto del paziente. Questo perchè la crisi sociale che stiamo vivendo oggi ha cambiato l’oggetto del nostro lavoro e quindi non possiamo fare della psicoanalisi pensando di rapportarci a qualcosa che è comunque stabile ma dobbiamo ripensare alle categorie strettamente connesse con il nostro lavoro. Questa crisi mette in discussione le categorie antropologiche, storico-sociali ecc, e può farlo infatti perché questi aspetti non esistono nella realtà in modo assoluto.

Diventa quindi necessario per tutti ripensare in modo nuovo al significato che queste categorie assumono nella società attuale. Bisogna dire che l’elemento centrale di una crisi è dato dalla perdita della centralità del mito, cioè di qualcosa che è vissuto come oggettivo. Levi Strauss diceva che il mito deve descrivere , spiegare, giustificare il mondo per i suoi abitanti.

Allora il mito come dice Levi Strauss rappresenta una struttura materiale di scambi, il mito è una serie di forme di pensiero successive e parallele attraverso le quali l’umanità ha vissuto e vive in alleanze diverse con l’ambiente, gli animali e se stessi ; quindi il mito è la descrizione di forme di pensiero, di alleanze e di scambi tra l’uomo e il mondo. Dobbiamo aggiungere che la vita non si organizza a prescindere dalle forme culturali che sono presenti in modo costante nelle diverse epoche , tanto che l’architettura passata e presente ne dà testimonianza. Ci sono forme costanti, delle forme che rimangono e che limitano le articolazioni possibili, ma tali costanti non sono comunque infinite, per cui, possiamo dire che le forme attraverso le quali l’umanità è esistita e può esistere cambiano e sono cambiate ma rispondono comunque a delle serie di costanti che ne limitano le possibilità. Per gli abitanti di una data cultura esiste nel periodo in cui la cultura è stabile un mito di riferimento, le forme di tale cultura appaiono quindi con delle costanti che mai possono essere trasgredite pena la caduta del mito e il totale fallimento di quella cultura.

Dobbiamo comunque tenere presente che , fatto del tutto normale , le forme che una data cultura si dà fa rientrare nelle proprie costanti anche tutto ciò che in realtà non è costante ma varia nel tempo. In tutte le società del mondo, sia da un punto di vista diacronico che sincronico la vita si è organizzata in modi molto diversi e la propria cultura viene considerata come un limite al di là del quale la vita non sarebbe più possibile.

Quando in una data cultura arriva la “crisi” inevitabilmente tale fatto viene vissuto come se fosse la fine del mondo, quando in realtà si sta realizzando soltanto la fine di un mondo. Il vero problema che si pone in una società in “crisi” è dato dal fatto che tutti ne sono protagonisti, come è oggi per noi che ci troviamo al centro di una crisi e che constatiamo che da diversi punti di vista tutto può sembrare possibile : per il neoliberalismo tutto è possibile, per la scienza tutto è possibile ; quindi quando c’è una crisi tutto può sembrare possibile, il peggio e il meglio sembrano entrambi possibili. Sono questi i motivi per cui diventa essenziale ed importante ricercare delle costanti perché al di là di esse non può che attivarsi un processo di distruzione della vita .

In situazione di crisi la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è tanto relativa a quale sia la forma migliore, ma piuttosto a quali sono le costanti da rispettare per evitare di avviare questo processo, estremamente pericoloso, che è la distruzione. È la ricerca delle costanti che è al centro della crisi, la questione non riguarda tanto le forme ma piuttosto le costanti da rispettare ,le costanti al di là delle quali non si può andare , perché sarebbe davvero la distruzione. Allora possiamo riflettere su due cose : quale è la figura ,il mito, che è oggi è entrato in crisi ed è finito,il mito che ha rappresentato lo zoccolo mitico della modernità, dell’epoca dell’uomo, che è nato o comunque si è sviluppato a partire dall’ Italia con il Rinascimento Il fatto che ci troviamo alla fine dell’epoca dell’uomo è sotto gli occhi di tutti.

L’epoca dell’uomo è l’epoca storica che consiste nella separazione dall’insieme del mondo di una figura, che si definisce soggetto rispetto al mondo che diventa oggetto, figura che si autodefinisce “essere umano”. Quindi l’uomo definito antropologicamente non coincide con la specie umana. L’uomo dell’umanismo non è affatto tutto l’uomo della specie umana, della storia della specie umana. L’uomo dell’umanesimo è frutto della separazione di un aspetto del fenomeno “essere umano”, del fenomeno della specie umana, che corrisponde a quella parte che noi definiamo buona e che è di nostro interesse e che non è l’uomo che ha le radici nella materia ma l’uomo in quanto parte cosciente. Questa figura dell’”essere umano” non è il corpo non è la materialità biologica ma l’”uomo” che si identifica in una sola sua parte, quell’aspetto di sé parte che è dato dalla parte cosciente, dalla parte che decide, dalla parte desiderante.

In questo seminario ritengo utile ricordare quanto è importante per la psicoanalisi la figura dell’essere umano così intesa. Quelle che vengono chiamate scienze umane esistono ad una condizione che la figura dell’uomo esista. E’ grazie a questa figura mitica dell’essere umano che si sviluppano tali scienze.

Allora uno dei problemi principali per noi che lavoriamo nelle scienze umane è chiederci se effettivamente lavoriamo nelle scienze umane oggi, perchè l’essere umano” per il quale esiste il nostro lavoro è scomparso, è cioè scomparsa in quest’epoca una figura d’”uomo” che si identifica con la sua parte cosciente ecc. In realtà questa idea dell’uomo che scompare coinvolge non solo le scienze umane ma anche la medicina somatica . La scomparsa dell’idea di essere umano, così come si è affermato dal Rinascimento in poi, cambia oggi anche la clinica medica.

L’uomo, Dio, la Natura costituiscono delle figure, delle rappresentazioni, e queste figure sono quelle attraverso le quali l’umanità si è organizzata nelle varie epoche organizza. E’ da queste figure che si evince ciò che agisce nel mondo , a quale architetto viene attribuito l ‘agire, si configura una westanschauung dominante in base al fatto se è l’uomo o Dio o la natura il motore principale dell’agire . La figura centrale del mito è sempre la figura che spiega quali sono le istanze capaci di agire : e agire in filosofia vuol dire essere libero. Quindi noi vediamo la fine della rappresentazione dell’uomo quale elemento centrale del mito e ci sentiamo come una foglia nella tempesta, siamo come in balia del vento.

La crisi contemporanea che noi attraversiamo ci fa sentire che l’uomo non è più una “figura” capace di agire, che non possiamo più pensare all’uomo come all’”architetto” padrone delle istanze per l’agire, per essere libero. Da un punto vista sociale e individuale alla base della clinica e dell’educazione c’è stata finora l’idea dell’emancipazione di forze interne dell’uomo capaci di rispondere a ciò che dall’esterno lo dominava. Malgrado tutto possiamo dire che l’attuale crisi non significa tuttavia che l’uomo ha sbagliato per dieci secoli.

Le forme di organizzazione sociale e culturale vivono effettivamente dei cicli vitali e l’attuale ciclo è iniziato potremmo dire con Abelar, filosofo francese, che possiamo considerare padre dell’individualismo. Il suo pensiero ha prodotto delle conseguenze sociali, ha liberato potenze ma il mito, come tutti i miti, ha un ciclo vitale e quindi non si tratta tanto della”verità” o di errori ma semplicemente della fine di questo ciclo. L’epoca dell’uomo secondo Abelard è iniziata con nuove pratiche e nuovi pensieri sull’amore e quindi l’ipotesi che gli uomini possano relazionarsi, legarsi attraverso un amore interno e non attraverso legami fissi , attraverso le famiglie.

Ciò ha sviluppato l’ipotesi dell’amore di Heloise ; Heloise parla d’amore ma solo potendo dire ciò che l’amore non è . L’ipotesi è allora che l’amore sia : Heloise. L’umanità ha vissuto e sperimentato crisi diverse che organizzano modi di vita intimi e sociali, e quindi l’’umanità come specie ha conosciuto molte crisi ed anche a livelli molto profondi.

Ma la caratteristica della crisi che stiamo vivendo consiste nel fatto che più che una ricerca di cambiamento antropologico, relativo alla figura centrale delle forme culturali che organizzano la vita dell’umanità, sembra che la crisi, attraverso cambiamenti genetici, spinga il mondo verso un cambiamento che riguarda l’umanità stessa , intesa come specie. Questo significa che abbiamo a che a fare non solo con un cambiamento antropologico ma anche con un possibile cambiamento genetico. Dobbiamo considerare questa possibilità come un punto di partenza, per cui noi ci troviamo in due crisi : la crisi di un mondo, di un modo antropologico di organizzarci e una crisi che per noi è ignota, in quanto per la prima volta nella storia dell’umanità gli scienziati parlano di miglioramento della natura umana.

Quando parlo del miglioramento attraverso la manipolazione scientifica della natura umana pongo una questione che resta in sospeso in quanto è relativa alla condizione umana e noi non sappiamo più oggi fino a che punto le società sono disposte ad accettare i cambiamenti possibili e immensi che si prospettano. Tutti i cambiamenti che vi sono stati nella storia dell’umanità non hanno finora però riguardato un aspetto, che possiamo considerare la costante invariabile, la quale ha permesso alle società di cambiare e ristrutturarsi ma mantenendo tale e quale la costante : l’umanità vista come specie. Oggi assistiamo già ad esempi banali di cambiamento della specie rappresentati da pratiche igienisti che e softwer.

Voi sapete che sono stati fatti lavori in città del Nord Europa che hanno incrementato il numero di nuovi nati senza malformazioni e questo è un chiaro inizio di un processo di cambiamento nella specie umana. Questo vuol dire che il sogno di Frankenstein di poter manipolare la materia non è più una fantasia da romanzieri ma una possibilità concreta. Devo quindi dirvi con chiarezza che oggi la domanda alla quale non possiamo e non dobbiamo sottrarci riguarda il nostro personale modo di fare cultura, dobbiamo chiederci come noi organizziamo la società per l’uomo, chiederci che fare di fronte al fatto che la nostra società non è più disponibile ad accettare limiti ma sembra invece orientata a sviluppare i mezzi per creare l’uomo senza qualità di Musil , cioè una superficie piatta sulla quale innestare le qualità che sono desiderabili per questa società eliminando al contempo quelle che non lo sono.

Ecco perché la problematica centrale per la nostra epoca è rappresentata dalla necessità di comprendere oggi la differenza tra organismo e aggregato. L’ideologia attuale sia da un punto di vista biologico che economico crea scientificamente una visione della vita e dell’uomo e della società come di un aggregato di elementi che sono concatenabili sulla base dei nostri desideri e quindi tende a far sparire quella costante che costituisce il limite, quale garante della natura stessa della specie umana. Infatti oggi quando nella comunità scientifica si parla di limiti si è considerati fondamentalisti o ignoranti perché in realtà c’è una grande difficoltà a stabilire quali sono questi limiti che devono essere rispettati per fermare la tendenza verso l’aggregato. Un aggregato deve la sua esistenza alle parti che lo compongono, come per esempio una macchina : immaginiamo che una mattina arrivo nel mio garage e trovo che hanno cambiato qualcosa come l’autoradio io dirò che è la stessa macchina, ma se invece dell’autoradio sono state cambiate le parti esterne allora per me non sarà più la stessa macchina. Questo vale per gli oggetti, ma con le persone non funziona, infatti se io ho un bambino,che chiamerò Piero , che mi piace molto, che adoro, devo partire e lo lascio per un lungo periodo quando torno dopo mesi, lo riconosco è sempre Piero,tuttavia è cambiato completamente, tutte le sue molecole hanno seguito un processo di cambiamento, allora chiediamoci come fa a piacerti ancora, allora cosa fa sì che lo riconosci ancora per il Piero che ti piace ?

Un organismo ha un modo di essere che mantiene la sua identità in modo intensivo (intrinseco) mentre l’aggregato mantiene la propria identità solo grazie alle sue parti estensive (estrinseche). L’ipotesi centrale della nostra società è che tutto possa essere in forma di aggregato tanto che si potrebbe arrivare grazie alla scienza a far sì che gli tutti organismi siano degli aggregati onde poter evitare i problemi. Questo ideale è condiviso dai contemporanei a partire dagli economisti. In un recente convegno in Italia un economista diceva che oggi ci troviamo in una situazione di grande libertà perché alle persone oggi non viene più chiesto il sesso o il colore della pelle o il diploma ma gli si richiede di partire da zero, di mostrare solo proprie capacità e tutto ciò per questo signore rappresentava la libertà. Fondamentalmente ha in questo modo dato una definizione di aggregato, ha definito l’uomo libero usando gli stessi concetti che per Aristotele definiscono l’uomo schiavo.

Vediamo ora quale è il legame di tutto ciò con la clinica, quali sono le implicazioni che tutto ciò comporta per la clinica. E’ evidente che la situazione clinica cambia. Non è più la clinica che si rapporta ad un uomo con dei conflitti, dei problemi , delle sofferenze e dei limiti ma un uomo post-umano per il quale tutto è possibile e che vede il terapeuta come un semplice tecnico, come un qualcuno che deve far qualcosa affinché l’aggregato-uomo raggiunga un buon livello, e non c’è più posto in questa condizione per il principio di realtà , così come per il principio di castrazione . Non dimentichiamo che noi clinici della sofferenza psichica finora abbiamo considerato psicosi il fatto che qualcuno in consultazione non riconoscesse limiti e ritenesse che tutto sia possibile .

Per questo penso che possa essere interassente articolare gli aspetti della crisi antropologica che ho esposto con la necessità di ripensare alla clinica e all’educazione perché l’uomo o la donna , comunque la persona che viene per curarsi è soggetta a quel tipo di educazione e quindi influenzata dall’ideologia “ del tutto possibile” . In questa ideologia il nostro lavoro di clinici forse è ancora possibile, ma è possibile a condizione che si possa pensare insieme. C’è differenza tra le persone che andavano dal clinico venti anni fa da quelle che vengono oggi perché chiaramente il messaggio delle comunità scientifiche è ben diverso rispetto a ciò che oggi è ritenuto normale rispetto a ieri.

Nel mondo attuale noi pensiamo che il corpo non debba più disturbare ma piegarsi al desiderio dello spirito che però, come ho cercato di mostrare fin qui, è stabilito dalla scienza, dalla cultura dominante, quello che forse noi pensiamo essere il nostro desiderio, la nostra coscienza facilmente è solo il risultato di un massivo condizionamento culturale. Allora come realizzare una clinica quando si agisce in questo contesto culturale che porta ad un cambiamento delle forme di sofferenza e delle aspettative dei pazienti ? Noi quindi assistiamo ad un passaggio della clinica che si rivolge a persone che hanno un corpo e quindi possono avere ferite, che hanno paura, che invecchiano in un corpo, ma come fosse un corpo estraneo, un corpo che abitano assecondando un desiderio innestato dall’esterno . Per questo è importante capire le differenze tra aggregato e organismo per vedere le conseguenze nella clinica, nell’educazione e nella società . Mi piacerebbe uno scambio con voi per cercare di capire insieme quali sono le condizioni per poter continuare ad operare in questo tipo di mondo. Propongo di pensare al corpo in psicoterapia, finora gli psicoanalisti hanno dato poco spazio, poca attenzione, a questo nelle terapie. Oggi alla luce di quanto detto prima diventa urgente poter pensare al corpo.

So che siete psicologi e medici e molti di voi avranno fatto studi di neurologia per cui vorrei introdurre il concetto della trasduzione . In psicoanalisi il corpo è stato sempre messo un po’ da parte perché è stato visto come lo strumento che mandava dei messaggi che dovevano essere interpretati, per un paziente che diceva ho questo ho quello si cercava di capire cosa in realtà volesse dire nel dire nel dire ho questo ho quello , per tradurre, per interpretare le sue comunicazioni relazionali. Il concetto di trasduzione è un’altra cosa in quanto non si parla più di interpretazione.

La psicoanalisi paradossalmente è come se avesse aperto la strada per la follia scientista perché ha operato agito e pensato considerando lo spirito innanzitutto e il corpo solo come il veicolo di segni e messaggi dello spirito. Per questo noi che siamo gli eredi di una tradizione spiritualista per pensare il reale siamo costretti a reintrodurre il corpo nella clinica. Noi come psicoanalisti non amiamo pensare che la base materiale del cervello determini reazioni emotive, ma la scienza ci ha mostrato che è così e dobbiamo accettarlo proprio per non dare voce allo scientismo. E’ l’utilitarismo che decide e definisce quale è un buon aggregato. Tocca a noi ricordare che la vita è strutturata su fondamenti che possono sembrare inutili ma che sono fondamentali. Per questo vale la pena per noi cercare le cose che sono inutili rispetto all’ideologia dominanti.

Voglio raccontarvi che nella mia esperienza di ricerca con scienziati nella neurobiologia sull’intelligenza artificiale si è verificata qualcosa di molto paradossale. Dalla ricerca sulla materia i colleghi sono passati all’idealismo radicale in quanto credono veramente di poter fare tutto ciò che vogliono senza limiti . La ricerca si concentrava su aspetti materiali, era un lavoro sui geni, ma ha finito con il produrre paradossalmente un costruttivismo radicale dove il limite è vissuto come qualcosa legato all’oscurantismo. Devo quindi ancora ribadire l’importanza della necessità di capire quali sono le costanti da salvaguardare perché oggi non si può dire che siano chiare e poi , solo dopo aver capito possiamo cercare le forme di pensiero , le forme culturali attraverso cui esprimere tale risultato. La ricerca deve essere indirizzata in tal senso perché se non troviamo le costanti da rispettare, il nostro lavoro diventa impossibile, diventa un lavoro di semplice conforto, non il lavoro che vogliamo fare : senza costanti ci troveremo inevitabilmente di fronte al“ tutto possibile” e quindi alla follia .

Effettivamente l’immagine culturale dominante non considera la morte come un limite perché la vita ha assunto un valore virtuale , per cui la morte pur essendo un limite diventa un limite che si sposta. Per spiegarmi meglio vi parlerò di una mia paziente. La signora diventando obesa si è deformata ed ciò le aveva procurato un grave stato d’angoscia. Durante il percorso terapeutico con me ha trovato un lavoro, un lavoro che la impegnava 11 ore al giorno più due di viaggio, e devo dirvi che si era adattata molto bene a questa condizione di vita. Allora io le ho detto che mi poneva un problema perché quando lei non aveva un esoscheletro non esisteva, si sentiva inesistente. Ecco questo pone un grande questione alla psicoanalisi :la signora se ha un esoscheletro sta bene ! Ma non stava prima ,quindi, io, psicoanalista, devo chiedermi se la signora ha un endoscheletro ! Bisogna chiedersi se le persone possono avere un endoscheletro anche se averlo si scontra con l’ideologia del momento . La questione importante per i clinici diventa il chiedersi se l’uomo può possedere questo endoscheletro che va al di là dell’ideologia del momento, se l’uomo è disponibile a questa trasgressione anche se questo dà luogo ad un conflitto.

La nostra società vuole degli esseri umani “molli” senza endoscheletro che possano adeguarsi al massimo all’esoscheletro che viene imposto dalla società, ed è con questo che noi clinici dobbiamo confrontarci.

Seminario del 1/11 / 2008

( Riportiamo questa parte del seminario con la viva voce di Miguel Benasayag, che, molto generosamente, si è sforzato di parlare in italiano per avere un contatto più diretto con i partecipanti ; abbiamo fatto questa scelta perché ci è parso un buon modo anche per trasmettere la passione che ha accompagnato il pensiero che Benasayag ci ha trasmesso. Questo intervento contiene le risposte e i chiarimenti a domande dei partecipanti ) Cosa si fa nella clinica ? Il paziente parla del suo conflitto dice quale è il motivo che lo fa star male ma il clinico propone in genere di cercare altrove di svelare altro.

Quando abbiamo dichiarato al paziente : Tu credi di voler affrontare il problema , facciamo come ………………….. Cita Cartesio e glande pineale. Siamo di fronte ad una difficoltà. Dobbiamo chiederci se la psicoterapia e la psicoanalisi sono pronte ad affrontare il problema dell’agire, il problema dell’atto , della passione dentro il capire e l’agire perché c’è una discontinuità oggi tra il capire e l’agire. Spinoza dice che ci sono tre livelli di conoscenza : il primo è puramente soggettivo : qualcuno mi fa male allora è lui che è male, il sole mi fa male ,allora è il sole che è male ; allora questo è dato dai corpi che si scontrano senza nessuna ragione senza pensiero. Questo è spesso il livello della clinica, lei soffre : vediamo cosa possiamo fare !… senza pensare a questa sofferenza in quel sistema un po’ più complesso in cui si inserisce !

Il secondo livello di conoscenza funziona con il principio di causa ed effetto e questo livello di conoscenza è un livello di depersonalizzazione . Deleuze e Guattarì hanno detto che da psicologi noi affermiamo che la vita non è una cosa personale . Allora questo sembra strano perché le persone che vanno alla psicoterapia fanno una domanda d’aiuto personale. Noi aiutiamo l’altro ad abbandonare l’idea che la vita possa essere una cosa semplicemente personale. La clinica della situazione, a cui faccio riferimento, in continuazione con Mannonì, Dolto, pensa diversamente. Il cuore dell’insegnamento di questi autori è dimenticato, più il nostro paziente crede che il suo problema sia semplicemente personale, più cade nella ripetizione. Penso che se noi vediamo una persona che ci chiede di poter stare bene sempre, questa persona è più in armonia con la nostra epoca che noi. Questa persona è orientata a soddisfare subito i propri desideri, se vuole telefonare a qualcuno deve poterlo fare subito e si attrezza in tal senso e la società gli offre strumenti per farlo, quindi se il terapeuta non soddisfa subito allora è solo perché il dottore è un incapace, infatti ci sono dottori che dicono di poterlo fare, in quanto loro sono dentro la cultura del “ tutto è possibile”.

Quando abbiamo un problema vogliamo avere rapidamente la soluzione del problema, noi siamo intossicati da questo tipo di mondo, allora abbiamo due possibilità, una consiste nel dire al paziente di aspettare : ma è ridicolo quando in un servizio pubblico il terapeuta dice ad una persona che è nella merda parole tipo : ma stia tranquillo , aspetti, poi vedrà… deve stare tranquillo , deve imparare a sopportare la frustrazione ……., allora io dico al collega : e tu ? Tu sei capace, tu, di sopportare la frustrazione ? Rischiamo di essere i sacerdoti della sopportazione del tempo lungo,della frustrazione della complessità per gli altri, ma non per noi. Finiamo quindi con il trovarci in due possibili posizioni. Una è quella del conforto morale per noi e l’altra è quella posizione di collaborazione per la distruzione della vita. Allora io penso che questo oggi sia difficile da capire sul serio. Io dico queste cose all’Università ma gli allievi, che sono giovani adulti perche fanno il Dottorato dicono noi siamo dei clinici quindi vogliamo lavorare senza avere questo dubbio. Ma !, non è possibile oggi fare questo lavoro senza pensare a questa complessità !

Terapia della situazione vuol dire cercare una possibilità di territorializzazione del conflitto per essere capaci di assumere la complessità conflittuale che permette al nostro paziente di vedere che lui non è una unità, non è unità , non è sufficiente fare riferimento all’inconscio( come fosse un secondo motore) . Assumere la molteplicità vuol dire che la vita non è una cosa personale,vuol dire che tu sei attraversato da forze, desideri e realtà che non possono essere spiegati solo ed unicamente con ragioni personali. Allora la territorializzazione è capace di fare una terapia modulare una terapia riparativa di conforto. La teoria della situazione vuol dire raccogliere la sfida per reiterritorializzare il paziente e la sua realtà che è una realtà di non coerenza, esattamente il contrario di quel che abbiamo pensato finora in psicoanalisi e cioè che tutto ha una ragione : che tutto ha una spiegazione !

E’ un illusione che per capire questi concetti sia sufficiente il racconto di un caso clinico. Il caso clinico richiede sempre un quadro concettuale di riferimento, come ha ben dimostrato Biswanger. Dalla sua altezza di una quadro concettuale, teorico Biswanger va a compiere un atto intuitivo, ma tale gesto che chiamiamo atto concreto non è che la schiuma di tutta una piramide di riflessione e di ricerca. Io vi sto dicendo : attenzione ! perché forse dobbiamo pensare ad una clinica senza soluzione del problema, forse la territorializzazione del paziente è assumere il conflitto e non escludere il conflitto . Non ho intenzione di dire si fa così, in questo modo, non do un’indicazione per una regola , per una nuova legge. Noi lavoriamo con una ragione probabilistica ma non con una ragione che si possa provare, quella è propria del principio causa-effetto , che si può verificare inevitabilmente.

La clinica psicologica sta in un modello probabilistico, non sta nello stesso modello epistemologico della chirurgia, dell’ appendicite per esempio. Ma nel caso di Levi Straus sull’efficacia simbolica dello sciamano noi non siamo nemmeno in un modello probabilistico non c’è nessuna probabilità di applicare questo metodo perchè non abbiamo nessuna capacità di indicare il meccanismo di efficacia. Esistono quindi tre modelli, quello causale riproducibile nella stessa situazione, il modello probabilistico di cui non conosco qualche fase e il modello simbolico di cui non dubito dell’esistenza ma non è nemmeno probabilistico, nessuno è meglio dell’altro , nessuno invalida l’altro, ma noi clinici dobbiamo sapere in quale modello funzioniamo. Dobbiamo sapere quale è il nostro modello di riferimento ! La psicoterapia non può funzionare solamente con il modello dello sciamano, la psicoterapia deve costruire il legame che le permetta di essere oggettivamente e ottimamente nei tre modelli. I tre modelli sono assimilabili al Reale, al Simbolico e all’Immaginario. Torno al problema dell’efficacia per l’uomo modulare perché la forza dell’uomo modulare consiste nel fatto che l’uomo modulare è un modello riduzionista che non funziona né nella realtà probabilistica e ancora meno immaginaria, funziona nella efficacia lineare e questo è riduzionismo. La debolezza del riduzionismo sta nel fatto di non essere capace di pensare.

Oggi la medicina è nel paradosso, tutto il progresso si ha attraverso un pensiero riduzionista, tutto quello che viene pensato in termini olistici manca di fasi, non dico che non esistono, dico che mancano di fasi . Per esempio io posso dire che fermo la chemioterapia al sig.Dupon e lo mando al mare e poi constato e lo constato veramente una riduzione della metastasi, posso constatare questo ma non posso dire che ciò sia una fase del lavoro. Il pensiero olistico ha un gran ritardo perché ogni progresso proviene da un riduzionismo totale. Il riduzionismo è rassicurante perché procede per fasi logiche, ma non riesce a spiegare il midollo superiore di organizzazione che però esiste . Vi ricordo gli esperimenti di Spitz sui neonati : un orangotango è sufficiente a far desiderare la vita al neonato ! Noi nella clinica andiamo a fare una relazione riparatrice, perché non è una relazione fondamentale come quella che può mettere in atto un orangotango.

Quale è la qualità necessaria e sufficiente per fare una relazione riparatrice psicoterapeutica ?. Questa risposta è complicata, ed è la mancanza : questa è difficoltà a dire in che punto ci troviamo. La questione è poter pensare a questa mancanza, per cui dobbiamo fare la clinica con il coraggio della consapevolezza di non sapere . Questo coraggio è il minimo che noi possiamo avere con il paziente !, almeno questo ! Allora noi possiamo dire : posso ascoltarti ma posso ascoltarti solo dalla mia fragilità. La questione è filosofica, nel senso che la filosofia è un’esperienza filosofica. La formazione oggi deve essere su condizione della filosofia, ma non nel senso di studiare testi di grandi filosofi, o almeno non solo questo. La dinamica e la forma sono inseparabili : Heloise, la fidanzata di Abelardo ha inventato l’amore.

Abelardo è un filoso un po’ strana un po’ anarchico, Heloise dice al suo zio voglio che Abelardo mi faccia un corso di filosofia, ma insieme poi fanno “cose allegre” ; così lo zio va a castrare Abelardo. Ecco allora che Abelardo manca di un modulo !, ma questo è un problema….. Così Heloise dal convento scrive le lettere che per noi oggi sono l’espressione dell’amore. Ma domani chissà. Heloisa dice ad Abelardo :non possiamo più fare l’amore, che mi piaceva molto, ma l’amore non è quello , declina varie forme e dice sempre l’amore non è questo, l’amore non è quello. Ma non dice mai :cosa è l’amore !. Allora l’amore è questo che permette di fare tutto e non è nessuna cosa. La filosofia allora è la possibilità in questo conflitto permanente, che dice questo l’ho fatto ma non è questa la cosa . Che la cosa non sia questa è una pista importante per noi può essere la salute mentale sapere che non è questo…che non è il potere, non i soldi, non la salute, non è modulare.

Forse trovare questo principio del “ ma non è questo” è fondamentale. Allora la formazione per poter più o meno avvicinarsi a questo principio dinamico deve forse garantire la possibilità di vivere un’esperienza filosofica, un’esperienza filosofica nella quale siamo soggetti in causa. Io sto vedendo con un mio paziente che sempre arriviamo a dire : ma non è questo ! Quando siamo in una posizione di radicalità siamo in una posizione critica ed abbiamo due possibilità : la prima è di cercare amici, persone che ci stimano, che ci apprezzano, e passare alla rottura e dire io me ne vado da questa professione, da questa università perché dico qui non è più possibile questo dialogo, l’altra possibilità è poiché questo esiste allora sto in questa istituzione. Io ho fatto la scelta di restare nella psicoterapia e nella psichiatria, io ho pensato che la posta in gioco sia che la cosa si possa sviluppare nel movimento. Ciò non significa che la mia critica sia meno forte, ma io penso che si possa sviluppare una forma conflittuale dentro la realtà “psi”. Io penso che sia meglio fare una critica radicale dentro la pratica che non fuori della pratica . La mia è una scelta di una radicalità, ma in tutti e due i casi siamo in piena assunzione del conflitto.

Il malessere psicologico e sociale esiste, c’è molta gente perbene che cerca di vivere una vita dentro un cerchio definito, non che io abbia pensieri reazionari verso le elites, ma con un po’ di realismo dobbiamo poter constatare che non tutto il mondo vuole suonare il violoncello ! : non tutto il mondo è interessato alla epistemologia – io, il mio pensiero non sono tutto il mondo. Non penso che gli altri debbano fare quello che fa piacere a me, allora la nostra società deve dare una risposta antropologica : in quanto c’è un’efficacia lineare o paradossale. Quale è l’efficacia enorme dello sciamano ?E’ che va a permettere a tutta una popolazione di metabolizzare la malattia o la disgrazia, la sua azione, la sua presenza rende pensabile il dolore , ma non arriva a guarire il cancro, no !….. ma fa una cosa , che in antropologia chiamiamo “efficacia paradossale”, perché non è tanto il fatto che faccia piovere o che guarisca il cancro, la cosa importante è un’altra : lo sciamano fa qualcosa che permette che né il cancro né la siccità faccia diventare pazza la società.

Allora dobbiamo constatare che la società è capace di metabolizzare la disgrazie, che ci sono quindi almeno due efficace che dobbiamo avere in testa per capire in quale efficacia noi stiamo in treno di lavorando. Io penso che se facciamo la critica fuori o dentro la cosa, c’è comunque una realtà : la nostra è una società mortifera che produce molta sofferenza ;da un lato ci fa assumere sofferenza e dall’altro un farmaco. Allora può essere che l’efficacia paradossale diventi più importante della efficacia lineare e peccato perchè noi dovremmo volere essere efficaci anche linearmente e in ogni caso ci compete di capire razionalmente il processo nel quale stiamo lavorando. Ci sono due possibilità : quella egoistica e narcisistica di dire per me non va più e chiudere con questo lavoro e ritenere di poter farci carico di questa sofferenza da fuori , da fuori di questo mestiere. Per il momento io dico no, è meglio da dentro, non per voler avere ragione , ma per capire cosa fare per capire cosa emerge da quest’epoca. Il problema non è dentro o fuori , ma è di fare attenzione che la nostra efficacia non sia troppo solamente “efficacia paradossale” e questa è la differenza con la psicoterapia modulare, i quali sono in un sistema di efficacia lineare pura , non sono interessati al livello di organizzazione superiore.

Questa è la prima analisi, ad una seconda analisi più profonda noi vediamo che la psicoterapia modulare sta per produrre una società veramente pericolosa. Ma per il momento non possiamo dire se la genetica va considerata nell’efficacia paradossale , infatti in un organismo geneticamente modificato c’è veramente una modificazione . Se trovano il gene da cui origina il cancro al polmone allora posso fumare tranquillamente perché se ti modificano questa debolezza…… Allora il problema è di trovare un equilibrio la l’efficacia paradossale e l’efficacia lineare. Cosa facciamo con il trauma ? Cosa facciamo con le istituzioni ? Io lavoro con il paziente per aiutarlo a capire che lui è il sintomo ! allora la questione è cosa possiamo fare se siamo questo, è diverso che pensare ho questo oppure non ho quello , ma piuttosto io sono questo e quello ! Spinoza dice che il cieco non manca della visione, il cieco è completo. Oggi ogni modo d’essere è completo, la questione è cosa facciamo con questo modo d’essere. Questo modo d’essere è il punto di libertà e il punto reale di partenza , dopo possiamo costruire quella cosa o no. Allora la modificazione o non modificazione parte dall’idea che questo è il tuo ancoraggio , questa è la tua territorializzazione e la nostra verità non è la mia verità non è la tua verità noi dobbiamo trovare un punto di ancoraggio insieme, a due a tre a venti , non importa quanti, ma insieme. Io sono qui per il desiderio di poter ricercare la possibilità di essere emancipato da questa verità univoca : che facciamo tutto per interesse o per i soldi, allora il mio interesse è come fare per trovare qui un punto x che sia un punto comune condiviso della realtà . L’idea è con questo che siamo noi che siamo qui a Bonassola , come possiamo fare qui e adesso, dove possiamo postarci per dire forse qui c’è un punto di realtà perché questo punto è spesso vicino al sintomo . Io sono nel dubbio, io non so perché la paziente viene da me, allora questa ricerca è la verità della situazione io lavoro per cercare questa verità.

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